Recensione: Lilyum - Altar of Fear


Un Black Metal così puro, incontaminato, non si sentiva da parecchio tempo.
Ora siamo abituati alle influenze, alle contaminazioni esterne. Abbiamo le orchestre, le sezioni ambient, addirittura le nuove leve del genere influenzano il black con componenti techno (vedi primi Semargl).
La proposta dei Lilyum, “giovane” band giunta alla settima prova in studio, ci riporta negli anni ‘80 - inizi anni ’90, dove le prime band vomitavano il loro odio e la loro tristezza sugli strumenti o sul pubblico (anche se, su questi ultimi, venivano anche lanciate delle teste di maiale…).


Il disco si apre con “Alkahest”, traccia immediata e dall'atmosfera oscura e malvagia, mentre Lord Psycho ci porta in una dimensione buia e nera, dove nulla esiste più.  Il disco continua su questa scia anche nella seconda traccia, “To Dream Beneath Plains of White Ash” , canzone molto simile alla precedente, sia a livello tecnico che nelle atmosfere. La ripetitività viene leggermente interrotta nella terza traccia, “The Watcher’s Departure”, dove vengono introdotte delle clean vocals purtroppo non molto ben eseguite, ma che donano alla canzone un’atmosfera inquietante e oscura, anche se musicalmente siamo vicini alle precedenti due tracce. Un piccolo interludio ambient apre “Voices from the Fire”, quarta traccia del disco, dove finalmente la band preme il piede sull’accelleratore, portando il disco su sonorità più classiche e brutali. “Tomorrows Worth Erasing” rincara la dose, con un drumming finalmente continuo e veloce, senza mid-tempo e cambi, con la voce di Psycho che alterna scream classici a frasi sussurrate, a urla disumane care agli ascoltatori del DSBM, concludendo la traccia con un pianto finale. Il disco rallenta, tutto d’un tratto: “Stain of Salvation”  porta con sé le atmosfere opprimenti del doom, con riff pesanti e allungati, la voce sussurrata del cantante e il drumming lento di Frozen (il batterista), accellerando nel finale, dove rumori non ben distinti arricchiscono il sound. Siamo giunti alla fine, la traccia conclusiva e la più lunga di questo “Altar of Fear”. “Sledge the Solar Towers” procede in modo abbastanza canonico nei suoi primi 5 minuti, alternando blast beat e urla forsennate a sezioni più “punk” e pesanti, con addirittura delle linee vocali modificate, molto simili a quelle usate dai Dimmu Borgir. La seconda metà della canzone è divisa a sua volta in due parti: dopo una sfuriata Black di stampo old school (la parte più veloce dell’intero disco), una chitarra acustica spezza l’atmosfera, introducendoci a un finale fatto di ruomori e distorsioni, riverberi e malvagità.

“Altar of Fear” è una ventata di aria vintage in quest’atmosfera moderna, un ritorno alle origini non della band, ma del genere stesso, dove vigeva il blast beat, il punk e le urla cattive, senza ovviamente negare qualche influenza da generi affini come doom o DSBM, molto forti nel disco.
Peccato soltanto per la ripetitività della prima metà a livello strumentale, vocale e atmosferico, ma che sparisce dalla quarta traccia, dove il disco si riprende alla grande.

Antonio R.

Voto 
7.5/10


Tracklist:
1.            Alkahest
2.            To Dream Beneath Plains of White Ash               
3.            The Watchers' Departure           
4.            Voices from the Fire
5.            Tomorrows Worth Erasing         
6.            Stain of Salvation           
7.            Siege the Solar Towers
Durata totale:  47:06    

Line-Up:
Kosmos Reversum – tutti gli strumenti
Lord J. H. Psycho - Voce, Chitarre, Basso, Tastiera
Frozen - Batteria

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